Studiare in Italia

Ascoltiamo questo dialogo. Chi sono? Come si chiamono? Di dove sono? Dove stanno? Che lavori fanno?

Invito agli studenti di Italian 102 a Gwynedd Mercy College di partecipare al blog di Traveling Native. Qui ci possiamo incontrare fuori classe per scoprire ancora di piu della lingua e della cultura italiana. Buon divertimento!

Susanna Tamaro

Questa settimana continuiamo la nostra discussione sulla natura attraverso il brano di Ascolta la mia voce di Susanna Tamaro. La settimana scorsa abbiamo parlato del rapporto che abbiamo con diversi aspetti della natura. Ascoltiamo come si poteva essere espressa la scrittrice se fosse insieme a noi per la discussione dell’ultimo nostro incontro…

Pinocchio Capitolo II, III

Maestro Ciliegia regala il pezzo di legno al suo amico Geppetto, il quale lo prende per fabbricarsi un burattino maraviglioso che sappia ballare, tirar di scherma e fare i salti mortali.

Geppetto

In quel punto fu bussato alla porta.
“Passate pure”, disse il falegname, senza aver la forza di rizzarsi in piedi.
Allora entrò in bottega un vecchietto tutto arzillo, il quale aveva nome Geppetto; ma i ragazzi del vicinato, quando lo volevano far montare su tutte le furie, lo chiamavano col soprannome di Polendina, a motivo della sua parrucca gialla che somigliava moltissimo alla polendina di granturco.
Geppetto era bizzosissimo. Guai a chiamarlo Polendina! Diventava subito una bestia e non c’era più verso di tenerlo.
“Buon giorno, mastr’Antonio”, disse Geppetto. “Che cosa fate costì per terra?”
“Insegno l’abbaco alle formicole.”
“Buon pro vi faccia!”
“Chi vi ha portato da me, compar Geppetto?”
“Le gambe. Sappiate, mastr’Antonio, che son venuto da voi, per chiedervi un favore.”
“Eccomi qui, pronto a servirvi”, replicò il falegname, rizzandosi su i ginocchi.
“Stamani m’è piovuta nel cervello un’idea.”
“Sentiamola.”
“Ho pensato di fabbricarmi da me un bel burattino di legno; ma un burattino maraviglioso, che sappia ballare, tirare di scherma e fare i salti mortali. Con questo burattino voglio girare il mondo, per buscarmi un tozzo di pane e un bicchier di vino; che ve ne pare?”
“Bravo Polendina!” gridò la solita vocina, che non si capiva di dove uscisse.
A sentirsi chiamar Polendina, compar Geppetto diventò rosso come un peperone dalla bizza, e voltandosi verso il falegname, gli disse imbestialito:
“Perché mi offendete?”
“Chi vi offende?”
“Mi avete detto Polendina!…”
“Non sono stato io.”
“Sta un po’ a vedere che sarò stato io! Io dico che siete stato voi.”
“No!”
“Sì!”
“No!”
“Sì!”
E riscaldandosi sempre più, vennero dalle parole ai fatti, e acciuffatisi fra di loro, si graffiarono, si morsero e si sbertucciarono.
Finito il combattimento, mastr’Antonio si trovò fra le mani la parrucca gialla di Geppetto, e Geppetto si accorse di avere in bocca la parrucca brizzolata del falegname.
“Rendimi la mia parrucca!” gridò mastr’Antonio.
“E tu rendimi la mia, e rifacciamo la pace.”
I due vecchietti, dopo aver ripreso ognuno di loro la propria parrucca, si strinsero la mano e giurarono di rimanere buoni amici per tutta la vita.
“Dunque, compar Geppetto”, disse il falegname in segno di pace fatta, “qual è il piacere che volete da me?”
“Vorrei un po’ di legno per fabbricare il mio burattino; me lo date?”
Mastr’Antonio, tutto contento, andò subito a prendere sul banco quel pezzo di legno che era stato cagione a lui di tante paure. Ma quando fu lì per consegnarlo all’amico, il pezzo di legno dette uno scossone e sgusciandogli violentemente dalle mani, andò a battere con forza negli stinchi impresciuttiti del povero Geppetto.
“Ah! gli è con questo bel garbo, mastr’Antonio, che voi regalate la vostra roba? M’avete quasi azzoppito!…”
“Vi giuro che non sono stato io!”
“Allora sarò stato io!…”
“La colpa è tutta di questo legno…”
“Lo so che è del legno: ma siete voi che me l’avete tirato nelle gambe!”
“Io non ve l’ho tirato!”
“Bugiardo!”
“Geppetto, non mi offendete; se no vi chiamo Polendina!…”
“Asino!”
“Polendina!”
“Somaro!”
“Polendina!”
“Brutto scimmiotto!”
“Polendina!”
A sentirsi chiamar Polendina per la terza volta, Geppetto perse il lume degli occhi, si avventò sul falegname; e lì se ne dettero un sacco e una sporta.
A battaglia finita, mastr’Antonio si trovò due graffi di più sul naso, e quell’altro due bottoni di meno al giubbetto. Pareggiati in questo modo i loro conti, si strinsero la mano e giurarono di rimanere buoni amici per tutta la vita.
Intanto Geppetto prese con sé il suo bravo pezzo di legno, e ringraziato mastr’Antonio, se ne tornò zoppicando a casa.

Geppetto, tornato a casa, comincia subito a fabbricarsi il burattino e gli mette il nome di Pinocchio. Prime monellerie del burattino.

Geppetto forgia il naso di Pinocchio

La casa di Geppetto era una stanzina terrena, che pigliava luce da un sottoscala. La mobilia non poteva essere più semplice: una seggiola cattiva, un letto poco buono e un tavolino tutto rovinato. Nella parete di fondo si vedeva un caminetto col fuoco acceso; ma il fuoco era dipinto, e accanto al fuoco c’era dipinta una pentola che bolliva allegramente e mandava fuori una nuvola di fumo, che pareva fumo davvero.
Appena entrato in casa, Geppetto prese subito gli arnesi e si pose a intagliare e a fabbricare il suo burattino.
“Che nome gli metterò?” disse fra sé e sé. “Lo voglio chiamar Pinocchio. Questo nome gli porterà fortuna. Ho conosciuto una famiglia intera di Pinocchi: Pinocchio il padre, Pinocchia la madre e Pinocchi i ragazzi, e tutti se la passavano bene. Il più ricco di loro chiedeva l’elemosina.”
Quando ebbe trovato il nome al suo burattino, allora cominciò a lavorare a buono, e gli fece subito i capelli, poi la fronte, poi gli occhi.
Fatti gli occhi, figuratevi la sua maraviglia quando si accorse che gli occhi si muovevano e che lo guardavano fisso fisso.
Geppetto, vedendosi guardare da quei due occhi di legno, se n’ebbe quasi per male, e disse con accento risentito:
“Occhiacci di legno, perché mi guardate?”
Nessuno rispose.
Allora, dopo gli occhi, gli fece il naso; ma il naso, appena fatto, cominciò a crescere: e cresci, cresci, cresci diventò in pochi minuti un nasone che non finiva mai.
Il povero Geppetto si affaticava a ritagliarlo; ma più lo ritagliava e lo scorciva, e più quel naso impertinente diventava lungo.
Dopo il naso, gli fece la bocca.
La bocca non era ancora finita di fare, che cominciò subito a ridere e a canzonarlo.
“Smetti di ridere!” disse Geppetto impermalito; ma fu come dire al muro.
“Smetti di ridere, ti ripeto!” urlò con voce minacciosa.
Allora la bocca smesse di ridere, ma cacciò fuori tutta la lingua.
Geppetto, per non guastare i fatti suoi, finse di non avvedersene, e continuò a lavorare.
Dopo la bocca, gli fece il mento, poi il collo, le spalle, lo stomaco, le braccia e le mani.
Appena finite le mani, Geppetto sentì portarsi via la parrucca dal capo. Si voltò in su, e che cosa vide? Vide la sua parrucca gialla in mano del burattino.
“Pinocchio!… rendimi subito la mia parrucca!”
E Pinocchio, invece di rendergli la parrucca, se la messe in capo per sé, rimanendovi sotto mezzo affogato.

A quel garbo insolente e derisorio, Geppetto si fece triste e melanconico, come non era stato mai in vita sua, e voltandosi verso Pinocchio, gli disse:
“Birba d’un figliuolo! Non sei ancora finito di fare, e già cominci a mancar di rispetto a tuo padre! Male, ragazzo mio, male!”
E si rasciugò una lacrima.
Restavano sempre da fare le gambe e i piedi. Quando Geppetto ebbe finito di fargli i piedi, sentì arrivarsi un calcio sulla punta del naso.
“Me lo merito!” disse allora fra sé. “Dovevo pensarci prima! Ormai è tardi!”
Poi prese il burattino sotto le braccia e lo posò in terra, sul pavimento della stanza, per farlo camminare.
Pinocchio aveva le gambe aggranchite e non sapeva muoversi, e Geppetto lo conduceva per la mano per insegnargli a mettere un passo dietro l’altro.
Quando le gambe gli si furono sgranchite, Pinocchio cominciò a camminare da sé e a correre per la stanza; finché, infilata la porta di casa, saltò nella strada e si dette a scappare.
E il povero Geppetto a corrergli dietro senza poterlo raggiungere, perché quel birichino di Pinocchio andava a salti come una lepre, e battendo i suoi piedi di legno sul lastrico della strada, faceva un fracasso, come venti paia di zoccoli da contadini.
“Piglialo! piglialo!” urlava Geppetto; ma la gente che era per la via, vedendo questo burattino di legno, che correva come un barbero, si fermava incantata a guardarlo, e rideva, rideva e rideva, da non poterselo figurare.
Alla fine, e per buona fortuna, capitò un carabiniere, il quale, sentendo tutto quello schiamazzo e credendo si trattasse di un puledro che avesse levata la mano al padrone, si piantò coraggiosamente a gambe larghe in mezzo alla strada, coll’animo risoluto di fermarlo e di impedire il caso di maggiori disgrazie.
Ma Pinocchio, quando si avvide da lontano del carabiniere che barricava tutta la strada, s’ingegnò di passargli, per sorpresa, frammezzo alle gambe, e invece fece fiasco.
Il carabiniere, senza punto smoversi, lo acciuffò pulitamente per il naso (era un nasone spropositato, che pareva fatto apposta per essere acchiappato dai carabinieri), e lo riconsegnò nelle proprie mani di Geppetto; il quale, a titolo di correzione, voleva dargli subito una buon tiratina d’orecchi. Ma figuratevi come rimase quando, nel cercargli gli orecchi, non gli riuscì di poterli trovare: e sapete perché? Perché nella furia di scolpirlo, si era dimenticato di farglieli.
Allora lo prese per la collottola, e, mentre lo riconduceva indietro, gli disse tentennando minacciosamente il capo:
“Andiamo a casa. Quando saremo a casa, non dubitare che faremo i nostri conti!”
Pinocchio, a questa antifona, si buttò per terra, e non volle più camminare. Intanto i curiosi e i bighelloni principiavano a fermarsi lì dintorno e a far capannello.
Chi ne diceva una, chi un’altra.
“Povero burattino!, dicevano alcuni, ha ragione a non voler tornare a casa! Chi lo sa come lo picchierebbe quell’omaccio di Geppetto!…”
E gli altri soggiungevano malignamente:
“Quel Geppetto pare un galantuomo! ma è un vero tiranno coi ragazzi! Se gli lasciano quel povero burattino fra le mani, è capacissimo di farlo a pezzi!…”
Insomma, tanto dissero e tanto fecero, che il carabiniere rimise in libertà Pinocchio e condusse in prigione quel pover’uomo di Geppetto. Il quale, non avendo parole lì per lì per difendersi, piangeva come un vitellino e nell’avviarsi verso il carcere, balbettava singhiozzando:
“Sciagurato figliuolo! E pensare che ho penato tanto a farlo un burattino per bene! Ma mi sta il dovere! Dovevo pensarci prima!…”
Quello che accadde dopo, è una storia da non potersi credere, e ve la racconterò in quest’altri capitoli.

Complete film via YouTube:

Le Avventure di Pinocchio di Carlo Collodi

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Cari amici,questa settimana, apriamo il testo originale della storia di Pinocchio, Le Avventure di Pinocchio (1881) di Carlo Collodi.  Per accompagnare il primo capitolo del libro, guarderemo il primo episodio del miniserie TV di Luigi Comencini, Le Avventure di Pinocchio (1972).

TESTO

Parco di Pinocchio

Parco di Pinocchio, Collodi, Toscana - Estate 2011

Le Avventure di Pinocchio

Carlo Collodi

I

Come andò che Maestro Ciliegia, falegname,
trovò un pezzo di legno, che piangeva e rideva come un bambino

— C’era una volta…
— Un re! — diranno subito i miei piccoli lettori.
— No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno.
Non era un legno di lusso, ma un semplice pezzo da catasta, di quelli che d’inverno si mettono nelle stufe e nei caminetti per accendere il fuoco e per riscaldare le stanze.
Non so come andasse, ma il fatto gli è che un bel giorno questo pezzo di legno capitò nella bottega di un vecchio falegname, il quale aveva nome Mastr’Antonio, se non che tutti lo chiamavano maestro Ciliegia, per via della punta del suo naso, che era sempre lustra e paonazza, come una ciliegia matura.
Appena maestro Ciliegia ebbe visto quel pezzo di legno, si rallegrò tutto; e dandosi una fregatina di mani per la contentezza, borbottò a mezza voce:
— Questo legno è capitato a tempo; voglio servirmene per fare una gamba di tavolino. —
Detto fatto, prese subito l’ascia arrotata per cominciare a levargli la scorza e a digrossarlo; ma quando fu lí per lasciare andare la prima asciata, rimase col braccio sospeso in aria, perché sentí una vocina sottile sottile, che disse raccomandandosi:
— Non mi picchiar tanto forte! —
Figuratevi come rimase quel buon vecchio di maestro Ciliegia!

Maestro Cigliegia

Maestro Cigliegia

Girò gli occhi smarriti intorno alla stanza per vedere di dove mai poteva essere uscita quella vocina,e non vide nessuno! Guardò sotto il banco, e nessuno; guardò dentro un armadio che stava sempre chiuso, e nessuno; guardò nel corbello dei trucioli e della segatura, e nessuno; aprí l’uscio di bottega per dare un’occhiata anche sulla strada, e nessuno. O dunque?…
— Ho capito; — disse allora ridendo e grattandosi la parrucca — si vede che quella vocina me la son figurata io. Rimettiamoci a lavorare. —
E ripresa l’ascia in mano, tirò giú un solennissimo colpo sul pezzo di legno.
— Ohi! tu m’hai fatto male! — gridò rammaricandosi la solita vocina.
Questa volta maestro Ciliegia restò di stucco, cogli occhi fuori del capo per la paura, colla bocca spalancata e colla lingua giú ciondoloni fino al mento, come un mascherone da fontana.
Appena riebbe l’uso della parola, cominciò a dire tremando e balbettando dallo spavento:
— Ma di dove sarà uscita questa vocina che ha detto ohi?… Eppure qui non c’è anima viva. Che sia per caso questo pezzo di legno che abbia imparato a piangere e a lamentarsi come un bambino? Io non lo posso credere. Questo legno eccolo qui; è un pezzo di legno da caminetto, come tutti gli altri, e a buttarlo sul fuoco, c’è da far bollire una pentola di fagioli… O dunque? Che ci sia nascosto dentro qualcuno? Se c’è nascosto qualcuno, tanto peggio per lui. Ora l’accomodo io! —
E cosí dicendo, agguantò con tutte e due le mani quel povero pezzo di legno, e si pose a sbatacchiarlo senza carità contro le pareti della stanza.
Poi si messe in ascolto, per sentire se c’era qualche vocina che si lamentasse. Aspettò due minuti, e nulla; cinque minuti, e nulla; dieci minuti, e nulla!
— Ho capito; — disse allora sforzandosi di ridere e arruffandosi la parrucca — si vede che quella vocina che ha detto ohi, me la son figurata io! Rimettiamoci a lavorare. —
E perché gli era entrata addosso una gran paura, si provò a canterellare per farsi un po’ di coraggio.
Intanto, posata da una parte l’ascia, prese in mano la pialla, per piallare e tirare a pulimento il pezzo di legno; ma nel mentre che lo piallava in su e in giú, sentí la solita vocina che gli disse ridendo:
— Smetti! tu mi fai il pizzicorino sul corpo! —
Questa volta il povero maestro Ciliegia cadde giú come fulminato. Quando riaprí gli occhi, si trovò seduto per terra.
Il suo viso pareva trasfigurito, e perfino la punta del naso, di paonazza come era quasi sempre, gli era diventata turchina dalla gran paura.

Linguaggio estratto: “catasta, lustra, paonazza, si rallegrò, una fregatina, borbottò, è capitato, servirmene, l’ascia arrotata, corbello, trucioli, rammaricandosi, spalancata, ciondoloni, balbettando, agguantò, sbatacchiarlo, arruffandosi, la pialla, il pizzicorino, turchina”

Le Avventure di Pinocchio, Luigi Comencini (1971) – primo episodio

DISCUSSIONE

L’immagini del film di Comencini ci aiutano ad immaginare l’Italia e la Toscana in cui Carlo Collodi ha creato la storia di Pinocchio.  Per dare uno sfondo al racconto di Collodi, parliamo di questa Italia:

Quali sono le tradizioni sempre riconoscibili nell’Italia di oggi e quelle condizioni che invece sono rimaste fisse nell’epoca del fine del 19° secolo?

Come era la situazione politica ed economica durante la vita di Collodi?

Imparando qualcosa dell’esperienza della vita di Carlo (Lorenzini) Collodi, possiamo capire le spirazioni che hanno contribuiti alla nascita’ di una delle favole piu’ influente nella storia della letteratura italiana e mondiale?

RISORSE

http://www.maranola.it/pinocchio/favola.htm (printable online text)

http://www.nybooks.com/articles/archives/2009/apr/30/knock-on-wood/ (New York Book Review, 2009 English Translation of Collodi’s Pinocchio)

Parla con Gusto in Philadelphia

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La Salute Mentale

TESTO Questa settimana, parleremo della salute mentale, la memoria e la famiglia attraverso un’introduzione alla vita e poesie di una poetessa italiana, Alda Merini.  Il nostro testo, Trame, suggerisce una poesia (da Ballate non pagate, Torino: Einaudi: 1995) scritta alla figlia Manuela:
O carme, gentile indovino
che hai allietato le mie esili braccia,
fiore di una madre che delude,
adolescenza che fuggì via alla svelta
come raggio di sole benedetto
viene alla sera umida ed ignota,
mi vedesti partire per l’inferno
e desolata e sola hai cominciato
ad impararmi solo per memoria
e sei rimasta con un grande vuoto
dentro al ricordo.  E mi fa gran pena,
e vorrei ritornare ancora indietro
per trovare quelle ore conosciute. linguaggio estratto: il passato remoto di fuggire e vedere “fuggì, vedesti”

Inoltre ai testi suggeriti da Trame, ho trovato un sito dedicato alla sua vita dalle sue quattro figlie.  Ascoltiamo un’intervista con la sua figlia piu’ piccola, Simona.

linguaggio estratto: “l’ho sentita madre”

DISCUSSIONE Delle domande proposte nel nostro testo, ho sceglierei alcune delle piu’ costruttive alla nostra discussione.  In piu, ho inserito qualche curiosita’ mia:

  1. Che cosa è e come credi che si manifesti la malattia mentale? Quali possono essere i comportamenti tipici di un malatto di mente?
  2. Come immagini una casa di cura per malati di mente?
  3. Come vedete la mentalita’ oggi verso la malattia mentale? Negli Stati Uniti, in Italia, ed altri paesi nel mondo.
  4. Cosa significa nella tua cultura essere una buona madre o un buon padre? Credi che una persona inferma di mente possa svolgere in modo comunque adeguato la funzione di genitore?
  5. Credi che esisti un possibile rapporto tra la follia e l’espressione artistica?

RISORSE

Notizia della morte di Merini – Il Corriere della Sera

Canzone per Alda Merini – Roberto Vecchione

Alda Merini e Adriano Celentano

Malattia Mentale in Italia – TG2

Umorismo di Bombolo sul Manicomio